

“Come la bianca ala dell’albatros sul monotono respiro del pacifico, così, vagando per vagare, va la vela del vero marinaio, ieri come oggi, un giorno qualsiasi di questo gennaio – febbraio del 1915 che vede la fine di una ballata del mare salato.”

Così oggi mi sono ritrovato a pensare, quasi per caso, all’ultima frase del Romanzo a fumetti di Hugo Pratt, “Una ballata del mare salato” e mi sono tornati in mente luoghi di un tempo, quando anche io come un marinaio, anche se non so quanto vero, mi spingevo navigando qui e la per la città in cerca di qualcosa. Quel qualcosa lo trovai un giorno, di fronte alla vetrina di una bar, un bar che molti definirebbero di seconda scelta, ma che importanza può avere se dentro poi ci trovi gran parte dei pezzi del tuo futuro. Su quella vetrata c’era disegnata una scena tratta proprio dal Romanzo sopra citato. Dentro le pareti erano ricoperte dalle copertine di vecchi vinili che avevano fatto gran parte della storia della musica. Entrando scoprii che vi era un’altra sala, un forziere pieno di persone fantastiche, tutte li, sedute al tavolino, tutte forse in cerca di un qualcosa, tutte accomunate dall’essersi rifugiate lì. Capitai in quel luogo per caso, come spinto dalla deriva che spesso ti porta in posti impensati, di cui ignoreresti l’esistenza altrimenti. I due baristi, una coppia non troppo avanti con l’età ma nemmeno più giovanissima e dal passato avventuroso sembravano in quel posto rappresentare una sorta di guida spirituale, capii in seguito il perché, ma questa è un’altra storia.
Avevo, come tutti quelli che incontrai per la prima volta in quel bar, trovato il mio porto nella tempesta, in un’età in cui impetuosi venti e uragani improvvisi minavano le prospettive del futuro.
Io, navigatore solitario fino a quel momento, ero giunto in un porto e mi ero aggregato ad’una ciurma di scampati alla retorica. Fu così che mi salvai, fu così che capitai al Bar delle Rose.
Poco fa quel adorabile della micetta, che stile raptor spielberghiano riesce ad aprire le porte, ha fatto evadere la sua ultima cucciolata (3 mesi) e le due cucciolate delle sue affettuose figliolette (micetti di 2mesi)
Morale io, ancora nelle vesti di pompiere salva mici che dalle 20 e 40 alle 21 e 40 circa si è prodigato in una lotta contro il tempo per recuperare ben nove satanassi felini che sfrecciavano qui e la per il giardino, prima che questi potessero pensar bene di farsi arrotare dalle macchine che qui in campagna sfrecciano a velocità stile Delorean.
Dopo un’ora di caccia e tutti i mici recuperati era menomato di un testicolo, disidratato, ricoperto di fogliame come il miglior charlie vietcong, isterico come Crudelia Dumaron ed essiccato come una medusa arenata su una spiaggia in agosto, ma gliel’ho fatta, questa volta. La prossima forse fingo un malore e vado a dormire!
Chi ha tempo non perda tempo. E io di tempo ne avevo tanto che mi cominciava a stare antipatico, così cominciai ad andare contro tempo, anzi contro il tempo, ma si sa, andarci contro è un po’ come passare attraverso una parete d’acqua, lo sfori sempre, il tempo.
Siamo abituati a vedere il tempo in due direzioni, indietro e avanti e così siamo presi dalla paura di essere schiacciati tra questi due punti che man mano che si va avanti danno sempre più il senso di claustrofobico terrore. Forse bisognerebbe provare anche a guardarlo a destra e a sinistra, tutto intorno.
Decisi di prendere il mio tempo, quello in più, e di metterlo da parte, sperando che col suo snodarsi me ne sarei dimenticato ritrovandolo magari più in la, nel momento del bisogno, così come si faceva coi risparmi, che si mettevano in una scatola e ci si dimenticava di essa, sperando di ritrovarla più avanti, nel tempo, come un’inaspettata sorpresa. Avvolsi quindi il mio tempo in un fazzoletto di carta perché non si rovinasse, e lo riposi nella tasca dei pantaloni ripromettendomi che appena possibile lo avrei dimenticato in un luogo sicuro. Ma quel cartoccio col prezioso tempo rimase li, dimenticato, forse troppo in fretta, vittima di se stesso e delle sue manie di velocista, in un luogo che meno sicuro non poteva essere.
Successe che io, incauto e raggirato, gettai quel cartoccio reputandolo insignificante, non cosciente (non più, era passato troppo tempo) del valore in esso contenuto.
Il tempo mi aveva donato una parte di se stesso e poi l’aveva rivoluta indietro.
Mi ritrovai improvvisamente perso tra quei due punti che diminuendo tra loro ti portano al terrore claustrofobico.
Il tempo in più si era perduto, dissolto nel tempo stesso, e forse mi sarei dovuto mettere alla sua ricerca, forse quel giorno in cui misi il tempo nel fazzoletto mi coricai troppo di buon’ora dimenticando di riporlo in un luogo sicuro dove avrei potuto prenderlo a tempo debito, o meglio quando fossi stato in debito di tempo e si sa che quando hai debiti, di tempo per saldarli non ne hai molto.
Camminando disperato incontrai un vecchio che mi chiese cosa avessi, mi disse che se avessi voluto avrei potuto raccontargli tutta la storia, che lui di tempo ne aveva, poco, ma ne aveva ancora. Raccontai tutto velocemente in ciò che mi era rimasto, un briciolo di tempo, e lui mi disse che il tempo aveva una scadenza, una diversa per ogni cosa con cui il tempo entra in contatto, ma io non ci avevo pensato, mi ero coricato troppo presto, mentre mi diceva queste cose il mio di tempo scadde, preciso come una ghigliottina, vidi scomparire il vecchio ai miei occhi, ma ero io che stavo scomparendo.
Eppure ad una farfalla il tempo che le è concesso basta.
C’era un’epoca in cui piccoli cinematografi erano sparpagliati qui e la nelle grandi città così come nelle parrocchie, in quel tempo il cinema(tografo) era quasi rituale, soprattutto nei piccoli centri la comunità si radunava nel suo intestino per goderne delle ebbrezze date dai film provenienti dall’america, dove spesso i cowboy smazzuolavano gli indiani…ma comunque tant’era, la televisione in Italia ancora non aveva preso il piede e Maria de Filippi, Grande Fratello e Isola dei Boriosi erano oppressioni visive che erano state presenti forse solo nella mente di Nostradamus, l’unico in grado, almeno fino alla loro uscita sulla tv, di prevedere, immaginare, concepire un simile orrore, l’orrore…l’orrore, diceva il colonnello Kurtz rintanato in uno sperduto angolo della Cambogia, e non aveva tutti i torti a pensarci oggi.
Si alzò poi imponente anche il cinema in Italia rubando quanto meno una buona porzione alle produzioni americane. Fu l’epoca dei grandi attori, comici e non, dalla Magnani ad Aldo Fabrizi a De Sica, Sordi, i De Filippo, Totò e via dicendo, spaziando dalla comicità al dramma con ottimi risultati, e dei grandi registi, da Visconti a Fellini per metterne due ad esempio. Il nostro cinema ci rendeva fieri e riusciva a saltare l’oceano abbastanza facilmente, poi il sogno si interruppe, il cinema si spaccò, in Italia qualcosa si ruppe, si fece a pezzi come Pasolini, nessuno riuscii a spiegarsi chi, come, quando e perché, ma ormai era un moto irreversibile la cui soluzione d’arresto sfuggiva, così come la fantasia e il coraggio di azzardare, risucchiando nuovamente nel grembo il nostro cinema, limitandosi a proporre e riproporre quei temi, quelle formule che già avevano avuto un discreto successo ma che non aggiungevano nulla di nuovo, se non il colore e il dolby, il cinematografo aveva perso il tografo e con lui il cinema italiano stava velocemente perdendo la capacità di scrivere. La torre d’avorio era ormai troppo lontana e non sarebbe bastato un FortunaDrago per raggiungerla, il nulla avanzava e si fece sempre più minaccioso.
Arrivarono i giorni nostri e l’americano a Roma era di nuovo li, nei cinema, che ci guardava col suo sguardo languido, coi suoi effetti speciali, dai grandi schermi dei multisala che furono cinema, che furono in un’epoca molto lontana cinema(tografi) e che domani saranno forse Il Nulla.
Un tempo fu il regno di Gassman e Mastroianni, sempre per citarne due, oggi col nulla alle porte sulla torre d’avorio ci sono Accorsi e Scamarcio per citarne due, solo due, perché gli altri se ci sono o son più bravi( non è difficile) non si vedono, ma per disgrazia se fossimo costretti a tenerne uno, che basta e avanza, chi terremmo? Chi sarà il paladino del nulla cinematografico Italiano, cercando di non basarci magari solo sull’aspetto Fisico!


Posso essere sincero? Preferisco di gran lunga passeggiare col cappotto e la sciarpa arrotolata fin sulla bocca, il vapore che esce ad ogni respiro, decisamente, oggi nel mio cervello si conferma la mia predilezione per il clima freddo e grigio, ben nascosto solo coi miei pensieri sotto quintalate di caldi indumenti, quando la luce non è troppa e ti nasconde, il sole è timido e meno spavaldo di adesso e non rischi di ustionarti, quando la pezza ascellare non diventa una questione di rilevanza nazionale nella scelta dell'indumento e del suo cromatismo in base al calcolo della percentuale di umidità nell'aria, quando ti spingi fino al centro dopo una nevicata e tutto in piazza grande è così silenzioso immobile, quasi fosse congelato nel tempo con la Ghirlandina che troneggia un poco imbiancata e malinconica su Modena, un poco assonnata e infreddolita.Direi che questo è l’ultimo capitolo dedicato a Torino, per ora almeno. Eravamo rimasti a ferragosto che aveva come meta la Liguria, e così è stato. Imperia è stata la destinazione, città carina – io sono abituato all’altra parte della costa ligure, quella di levante – un’ottima giornata passata al mare, cosa c’è di meglio, no? C’è di peggio invece che la mia pelle abituata al grigiore della nebbia padana e al candore notturno non ha retto, come da suo solito, al sole che ha ridotto il caro paz nelle veci di un lampeggiante rosso dei più luminosi, ostia che male. È stato un massacro, colpito addirittura dietro le ginocchia, infamassimo e sleale oserei dire. Comunque sia oggi sono rientrato alla terra natia a godermi il nulla cosmico, anzi peggio. Ho concluso degnamente la permanenza piemontese ieri con un’allegra coppetta di gelato al gianduia e nocciola e temo che stanotte la sognerò.
Ecco diciamo che sostanzialmente non so che corbezzoli scrivere, sono stanco e come al solito trenitalia si scusa per i disagi, li mortaci loro, 4 ore di viaggio con l’aria condizionata in modalità pack artico.
La sigaretta della buona notte è giunta ormai al suo culmine e ciò che ho scritto non mi piace per nulla, ma tant’è. Buona notte a tutti!
Il Paz è ancora a Torino, penso che la permanenza a questo punto si prolungherà fino a venerdi credo. Domani trasferta in Liguria per la giornata di ferragosto, destinazione ancora da definirsi, vedremo domattina all'alba, ma già non vedo l'ora di rimettere piede nella Liguria che tanto amo, morbosamente, la focaccia è già di per sè un pretesto bell' e buono, credetemi.
In ogni modo tanti appunti e mille spunti da questi giorni lontano da casa, il tutto da riportare sui miei taccuini che ho però lasciato a Modena, disdetta, vorrà dire che dovrò tenere ogni cosa a mente prima di riversare tutto ciò che ho inmagazzinato su carta, rito fondamentale per me e che ormai si protrae da almeno 7 anni, anni riversati in ogni dettaglio su carta, quintalate di carta, incontri, sensazioni, dettagli, punti di vista, ogni cosa degna d'importanza dal mio punto di vista. Magari un giorno ci scriverò un libro, chi lo sa, tutto sommato se lo hanno fatto Corona e Costantino non vedo perchè non potrei cimentarmi anche io in tale impresa.
Auguro in fine un buon ferragosto a tutti quelli che passerano qui per caso e a tutti quelli che per caso di qui non ci passano, divertitevi e devastatevi.
Un saluto dal vostro Paz!!!
Abituato come sono ai ritmi della campagna e di una città come Modena, al massimo, è ovvio che Torino sballa inevitabilmente i miei ritmi. Vi scrivo da qui, si, da Torino in un giorno d'agosto, e sarà che non abito qui e forse non ho fatto l'abitudine, e sarà per mille altre cose, ma a me Torino piace. La sto conoscendo pian piano, un pezzettino alla volta, dal momento che ultimamente per vari motivi vengo su abbastanza spesso. Sono piccoli incontri di corteggiamento con questa città che determineranno alla fine se sarà amore oppure semplice amicizia. Penso che alla fine il rapporto con una città sia un poco come un rapporto con una persona che vorremmo magari frequentare, ci si conosce per caso e poi magari si scopre un interesse nei sui confronti. Sono sempre stato affascinato dalle città, le ho sempre viste, nel loro complesso, nella loro struttura per piccola o grande che fosse, come grandi esseri animati, viventi, in grado di evolversi, creare, difendersi se aggredite, espellere o inglobare, insomma dotate di tutte quelle funzioni biologiche tipiche dell'essere vivente. Ed ora sono qui, alle prese con la creatura Torino. Vedremo!
Stamattina sveglia presto e subito al lavoro, mese di agosto iniziato, e questo vuol dire aggiornamento dell'inventario di tutta la roba che metto in vendita su EBAY che vi assicuro è davvero troppa.C'è da riordinare tutte le fatture, le ricevute delle spedizioni, i dati, dettagli e altre varie relative alle transizioni, ai clienti e via dicendo. Insomma mi aspettava un lavoro certosino e per nulla piacevole.La mossa geniale, come sempre quando si tratta di azioni del sottoscritto, è stata quella di mettere a palla, diciamo, mezza discografia dei Daft Punk. 45 minuti dopo, perso tra numeri, dati, codici postali, iban,bic e i ritmi ossessivi dei Daft Punk ero completamente alienato. Avete presente quando fate un lavoro che man mano si meccanicizza mentre la vostra mente si allontana piano piano fingendo indifferenza?Inosmma dopo un'ora e mezzo, perchè anche io poi son tonto come una scimmia che ha preso un colpo di sole, mi son reso conto che stavo mettendo numeri e lettere a caso a ritmo di musica perso in un delirio tipo animale da palcoscenico, la mia tastiera era diventata una sorta di Synth silenzioso.Ora devo rifare tutto, credo ascolterò Battitato, perchè gia i Rolling Stones potrebbero deviarmi dopo poco.Me misero, me tapino, sigh, sob, squack!
Il nostro carissimo amico Beppe Grillo, per chi non lo sapesse, ha lanciato un'altra crociata a salvaguardia della nostra povera Italia, il V-Day, ovvero il Vaffanculo Day, date un'occhiata al bannerino qui di fianco a sinistra! Molte migliaia di persone si sono già iscritte a questa nuova crociata di GRILLO che porterà in piazza obiezioni più che giuste ai nostri politicanti, non anticipo nulla, chi vuole clicchi sul banner, io l'ho fatto e anche di corsa, concorde sul fatto che un V-Day ci voleva! Cambierà qualcosa? Mah, staremo a vedere. Io intanto ho dato il mio appoggio, e combattivo sono pronto a scendere nuovamente in piazza a dire la mia come tanti altri, e badate bene che qui non si parla di destra o sinistra, ma di sistema che non funziona perchè da ambo le parti c'è gente che non fa il lavoro per cui viene anche troppo profumatamente pagata, da noi, elettori di destra e di sinistra e di centro. E allora scusate, ma se posso permettermi, dopo i Dico e il family day, una manifestazione che ce li manda tutti, i politici, a quel paese, è solo benvenuta!

MORTO ART DAVIS, IL CONTRABBASSO DI COLTRANE
Questa notte ho sognato, e tutto in questo sogno scorreva veloce, come su di un'onda, come in un risucchio.
Suono onomatopeico di sbadiglio. Sono le ore 18:11 minuti e il vostro Paz è sveglio da poco meno di mezz’ora, qui adesso, davanti al pc, mentre si stiracchia come un micio intontito dopo un degno pisolino. Gli amici, quelli che contano, tutti via, torneranno a giorni, così non resta che ingannare i noiosi pomeriggi con gustosi sonnellini che poi si scoprono traumatici nel momento del risveglio, come tutte le pennichelle pomeridiane. La mia è durata, per la cronaca, dalle quindici di oggi, ma ora mentre i fastidiosi macchinari agricoli turbano le mie orecchie in quello che dovrebbe essere un silenzioso pomeriggio campagnolo mi cingo a scrivere qualcosina. La città è un miraggio ormai da tre anni, tanto più nella sua mortale versione estiva.
Mi inganno col tempo. O è solo il tempo che inganna me, ed io qui immobile non mi rendo conto del temporale imbroglio che via via si dipana alle mie spalle.
Mentre mangiavo mi giro per prendere l’acqua dal cestello porta
bottiglie, uno di quelli con sei buchi in cui mettere ovviamente sei bottiglie d’acqua per intenderci, e cosa ti trovo? Buzzichello, uno dei milioni di micetti deliziosi che mi devastano la casa ( Vedi il post :”io pompiere salva mici) che ha ben pensato di collassare li dentro dopo una nottata di caos e terrore, vien da sé che macchina fotografica alla mano il povero ciccio micio è stato immortalato, pronto per essere lanciato nel magico mondo internauta. Noterete nella foto la sottile pancetta di cui il delizioso rompi tutto è dotato. Ormai ho accettato l’idea che su dodici micetti, almeno uno al giorno lo si possa trovare nei posti più impensati, vedi la lavastoviglie, che se non fosse stato per la mia pignoleria adesso avrei almeno quattro gatti già brillantati, oltre a quattro cadaveri e forse anche una lavatrice da gettare nel rusco. Ma così non è stato, vi do la mia parola d’onore, di scout, di lupetto, di coccinella e anche di fastidioso tafano da stall
a, cos’altro volete?
Ad abbellire questo bruttissimo ed inutile post metterò una o due foto. Io ho ancora sonno, per inciso, ma non sarà un successo discografico la sbadigli

Neurone A: Un'altra sigaretta? Basta...la devi smettere, capito?
L'interrogativo sorge spontaneo ed in netta contrapposizione con la solita domanda sul motivo per cui si apre un blog, io ora mi chiedo, perchè si chiude un blog? Cosa può spingere qualcuno alla chiusura del suo spazio, della sua cattedra da cui può lanciare la sua idea, i suoi pensieri ecc ecc al mondo? Prima avevo un blog su un'altra piattaforma, un bel giorno di punto in bianco decisi di chiuderlo, le motivazioni arrivarono tre giorni dopo nella mia testa, non avevo mai pensato al perchè chiudere un blog, stupida come cosa, lo so bene, ma a volte si pongono situazioni che ti trovano impreparato. Dissi a me stesso che mi ero annoiato, che era la fine di un periodo, che era un cambiamento.
blog perchè amo scrivere, non importa come o cosa, ma devo scrivere e bisogna che qualcuno legga ciò che scrivo, è più forte di me.
Sveglio da ore ormai eccomi nuovamente qui, sigaretta rollata in bocca, nessun caffè ancora nello stomaco, stomaco vuoto insomma, davanti al pc, mentre ascolto l’ultimo lavoro degli smashing pumpkins, l’ultimo feticcio del rock anni 90, o forse solo l’ultimo dei grandi gruppi anni 90, o forse solo e solamente gli smashing pumpkins, o forse un’idea rimasta solo nella testa di Billy Corgan. Resta il fatto che comunque sia, io gli ho sempre adorati, io che corsi a comprare l’album degli Zwan dopo poche ore dall’uscita, restandoci per altro un po’ deluso, io che dopo aver aspettato titubante un po’ di tempo mi sono deciso a sentire l’album. Ero sinceramente perplesso all’ascolto del singolo, avevo paura, ascoltando questo lavoro, di rimanere deluso e comunque nostalgicamente compromesso nel ricordo di un qualcosa che non può tornare. Piove fuori e la consapevolezza che in ogni modo non sono esattamente gli smashing pumpkins quelli che suonano, non la formazione classica, è alta, ma ormai mi sono lanciato nell’impresa ed allora eccomi qui mentre le canzoni scorrono nel pc, nota dopo nota, sovrastate dall’alto dalla voce di Billy Corgan. I ricordi sferzano veloci agli anni indietro, alle scorribande con gli amici, ai concerti, alle prime canne, a tante cose belle che ricordo in una piovosa mattina di agosto e che so, rimarranno li, nel deposito della memoria, mentre fumo la seconda sigaretta e l’amaro del sapore della bocca la mattina si fa sentire più aggressivo che mai.
Zeitgeist è un disco tutto sommato carino, ma, in conclusione si sa che un giorno di pioggia in una giornata d’agosto non fa l’inverno e comunque l’immagine di copertina dell’ultimo great dei Pumpkins era stato esplicito quanto le note dei Doors all’inizio di Apocalypse Now.
Andrea Pazienza scriveva in una delle sue strisce : MAI TORNARE INDIETRO, NEANCHE PER PRENDERE LA RINCORSA!
Ora dalle casse escono le note di “Mellon Collie And The Infinite Sadness”.



Ok, ora è già domani, quindi dal momento che sono in preda ad insonnia, come il solito, ne approfitto per postare, come al solito. Dopo tanti argomentoni seri, e ci mancherebbe, entriamo ora nel fantastico mondo dell’etologia insieme al professore me stesso. La lezione di oggi tratta di una pratica crudele se volete, ma molto efficace quando si tratta di recuperare gatti dagli alberi e non volete chiamare i pompieri.
La storia: qualche ora fa, la mia cagnetta, Africa, sorella del mio cagnone Attila, è nuovamente evasa dal suo recinto. Nel mio giardino soggiornano qualcosa come 15 gatti, ora è naturale che una cagnetta di poco più di due anni trovandosi finalmente libera, dopo un’evasione felice non veda l’ora di scorrazzare a più non posso per il giardino creando non pochi infarti ai poveri mici che li si sollazzano felici alla frescura notturna. Succede quindi, che ogni volta che riesce a svignarsela una mandria terrorizzata di mici si fiondi bestemmiando sulle cime più alte dei verdi e silenziosi abitanti del giardino già tre volte citato.
Dopo 3 minuti la cagnetta è stata recuperata tutta felice con un ghigno tipo Bin Laden che viene catturato a las vegas mentre vince un milione di dollari ai dadi, in barba alla sicurezza.
Qualche minuto dopo sento miagolii disperati provenire dall’alto dei cieli. Grido al miracolo prima di capire che è la mia fauna felina che chiede soccorsi.
Mia sorella subito pronta e impavida si lancia in un: “prendi la scala grande che li tiriamo giù, poverelli”.
Non se ne parla nemmeno. Inerpicarmi fin la su la sera col buio?!
Calcoliamo che ho pure tre femmine in casa con 4 piccoli a testa, il che porta ad una seconda mandria inquieta di 12 micetti rompiballe che scorazzano per casa devastando tutto, troppo piccoli per essere scaraventati in giardino, troppo piccoli per esser mazziati!
Pronto, e per evitare la scala, mi improvviso comunque vigile del fuoco, e mano alla pompa mi prodigo in una innaffiata corale delle cime alberate. Mi dico che come son saliti, i viziati gatti scenderanno anche, ci vogliono 0,5 secondi perché i felini ritrovino come per magia la strada del terreno, e felici e un poco bagnati si riaggregano ai restanti più spavaldi che erano rimasti a terra sfidando le furie canine
Non è desueto, ogni anno, scrivere e/o parlare nel giorno della ricorrenza, per chi scrive, che siano giornali, siti di informazione, blog o altri media, di fatti che sono tragicamente precipitati sulla nostra storia, a volte cambiandola drasticamente, altre semplicemente deviandola per un breve tratto dal suo percorso. Ogni anno dunque si producono milioni di lettere e di punteggiatura sulle varie stragi, che se togliamo quelle di prima del 50 sono comunque un numero impressionante, da Portella della ginestra, nel 47, a Modena per la manifestazione che chiedeva la riapertura delle fonderie riunite, a Reggio, a Milano in Piazza Fontana, Gioia Tauro, Piazza della Loggia a Brescia, a Via Fani a Roma per l’omicidio Moro, il Volo sopra Ustica che vide precipitare il Dc9 fino al 2 agosto dell’80, come oggi in cui saltò per aria mezza stazione di Bologna, solo per citarne alcune, perché poi l’elenco prosegue inesorabile fin dentro il cuore degli anni 90.
Ogni anno si commemora, ogni anno ci si ri-accomiata da questi avvenimenti porgendo corone di fiori e spendendo dolci parole, dure parole, ciniche parole, parole, tante parole, solo parole però, perché tanto quelle non costano nulla. Ogni anno possiamo trovare palchetti ben amplificati da cui il politico di turno ( e non chiamateli giullari, perché i giullari vincono i nobel come Dario Fo) mette in atto la sua visione di come sono andate le cose e di come da quel momento dovrebbero andare (secondo me di male in peggio, ma comunque…) perché lui- il politico di turno- è li, col dito proteso, verso la folla, parenti delle vittime, gente comune sinceramente commossa, gente arrabbiata, gente che in ogni caso aspetta parole, non quelle gratis, quelle altre, quelle che pesano come macigni, quelle che costano, e costano tanto, forse troppo, parole di verità, e con quel dito, come fosse una bacchetta magica, mena e dimena al vento parole come fossero un’antica formula anch’essa miracolosa, e purtroppo lo è, antica, è la solita Litania del stiamo facendo il possibile, il solito revival alla “Io speriamo che me la cavo”, ora, che domani magari si dimenticano, che non posso mica fare il marocchino che non sa l’Italiano, che quelli ormai sono più Italiani di me e chi ci crede poi? E va a finire, come sempre, con pagherò, ehm pardon, un parlerò, si, ma domani, che oggi ciò la voce che gracchia che non è mica un bel lavoro sapete?!
Paghiamo, noi continuiamo a pagare di tutto e di più. È come un treno che aspettiamo fermi, un poco emozionati, li sulla pensilina di un binario morto, il treno arriva, ma oltre non va, si ferma sempre davanti ai respingenti del silenzio e l’Italia si non procede, come sempre. Ferma.
Si toglie un segreto di stato qui e se ne mettono due di la, si millanta la sua rimozione, se ne discute ma per poco, perché poi ai loro segreti, che in certi casi non son troppo segreti, ci tengono, e anche molto.
Ed eccole, altre lettere e punteggiatura varia, la mia, su di un blog, a chiedermi se un giorno arriveranno anche altre parole, non quelle gratuite, che costano zero, come quelle che potrei dire io e che dico in fin dei conti, ma quelle loro, quelle che costano tanto, quelle che un poco poco ci starebbe bene se noi ci alterassimo una volta per tutte e li mandassimo a zappare.
Visto che loro usano irritanti Litanie per opprimerci non vedo perché non dovremmo farlo noi, scrivere, parlare, gridare, chiedere Verità. Se fossimo, noi Italiani tutti uniti, e liberi da invidie e via dicendo potremmo anche dire: SENZA VERITA’ NIENTE VOTO! Che suona radicale, sovversivo, anticostituzionale se volete, ma in fin dei conti, non più esagerato di come loro si comportano con i cittadini, non abbiamo bisogno del già citato ippopotamo della Pampers, ma di politici seri, altro che antidoping, questi sono anticostituzionali. Un saluto infervorato.
Si, lo so perfettamente che c’è pochissima gente in giro in questo periodo e che ce n’è ancora meno che naviga in rete, alcuni persi nelle vacanze, altri persi nel lavoro, e si spera in seguito persi anch’essi nelle vacanze ed altri in fine persi e basta, e che Dio mostri loro la strada.
Ma per gli altri, i casi anomali, quelli che non si sono persi ma che magari hanno perso le vacanze, o quelli che non si sono persi d’animo e che nelle vacanze ci sperano ancora, insomma per chi c’è, a chi è rimasto, consiglio due o tre libri, così faccio un’opera buona e nello stesso tempo occupo una ventina di minuti della mia pressoché inutile vita.
Nulla di estremamente impegnativo, ma nemmeno di così banale, insomma non si parla di Harmony o del solito viaggio in africa di Wilbur Smith, solo tre o quattro titoli che a mio parere potevano sembrare interessanti.
I primi due sono dell’autore di Fight club, il romanzo da cui poi è stato tratto il film, Chuck Palahniuk, nell’ordine sono” Soffocare” che
ho trovato davvero divertente, un percorso nel quale un sesso dipendente, Victor Mancini cerca a fatica di evolversi, di cambiare, di dare un senso alla propria esistenza, compito che risulterà al quanto difficoltoso ma non privo di soprese, scritto in maniera sempre molto cruda e ironica come è uso dell’autore. Il secondo libro, sempre del medesimo autore è invece una sorta di guida alla città che gli da tuttora residenza, Portland, in cui vengono riportati luoghi, fatti e persone che probabilmente non troveremmo su di una guida ortodossa, sempre accompagnati dall’ironia, questo libro può essere letto anche come un’omaggio alla città sopra menzionata, ogni capitolo del libro,metto di seguito i primi 4 per darvi un’idea, è accompagnato da una cartolina, scritta ovviamente, che riporta avvenimenti inerenti capitati all’autore.
· Gente di parola: piccolo vocabolario di Portland
· Ricerche: avventure da stanare
· Pappa: dove andare a mangiare
· Presenze: per stare gomito a gomito con i morti
Il titolo del libro è: “Portland Souvenir”.
Il terzo titolo che vi lancio li è invece un diario di bordo, o meglio di regia, trattasi infatti degli appunti che il regista tedesco Werner Herzog, di cui ho già più volte parlato sul blog, ha raccolto durante la lavorazione del film “Fitzcarraldo” che gli valse la premiazione al festival di Cannes nel 1982 e il cui attore protagonista era
l’indimenticabile Klaus Kinski.
Il titolo del libro è: “La conquista dell'inutile”.
Il quarto ed ultimo libro che consiglio è: “L'assenza dell'assenzio” di Andrea G. Pinketts, dove ritroviamo Lazzaro Santandrea, già apparso in altri lavori, e considerato l’alterego dello scrittore, considerato dalla Pivano l’ultimo vero cowboy metropolitano. In questo romanzo, giallo (ma è riduttivo definirlo così, non è troppo classificabile) Santandrea se la dovrà vedere con l’assenza, con un canguro tossicomane, una potenziale suicida, con un rapimento, anche se gli
amiconi di sempre Pogo e Caroli saranno sempre al suo fianco, ironico e acido, e forse anche cinico “Il cinico è come uno Yogurt scaduto. Ecce Yomo” si legge in un passaggio del libro, insomma c’è un bel fritto misto da uno degli scrittori che non mi ha mai deluso.
(Ho inserito qualche link, vedi sottolineati, così da rendere più efficace la consultazione, magari capite qualcosa se lo leggete in una maniera più consona rispetto al macello che combino io.
Direi che ce n’è un po’ per tutti i gusti, mi scuso con gli amanti degli Harmony e di Smith, ma a me fanno cacare! Gusti!
Sono qui, davanti al monitor, ho appena finito di vedere una commedia con Hugh Grant e Drew Barrymore dal titolo: “Scrivimi una canzone”.
Avrei guardato volentieri Blowup che passava la rai intorno alle 23, ma non si può avere sempre il predominio, quindi, cedendo alle pressioni di mia sorella e fidanzato mi son seduto calmo a guardare il dvd, d'altronde nessuno mi obbligava a stare li, ma tutto sommato due orette di sano relax non guastano mai e in fin dei conti il film era divertente, spensierato, non si può mica esser sempre bacchettoni, non trovate? Eisenstein può anche aspettare per una volta!
Ma torniamo a noi, a me, che sto qui davanti al monitor con la solita sigaretta, questa volta girata su da me, me medesimo, me stesso, io. Penso al relax, alla pace, tutto fuori, nella campagna tace, tira un’arietta fresca, forse fin troppo viste le temperature degli ultimi giorni, così ispirato da questa condizione sicuramente passeggera visto il malefico umore del clima mi sono messo a pensare a tutte quelle cose che mi mettevano pace anni addietro e che ora o non esistono più, oppure sono io che le ho perse di vista.
Quindi ora mi prodigherò in un elenco ( adoro gli elenchi, così ordinati, schematici, riassuntivi, come i punti delle situazioni, emozionanti quasi, direi che sono un feticista degli elenchi) di quelle cose che da qui in poi mi balzeranno in testa man mano che scrivo, la mente mi suggerirà quello che io devo scrivere, e vi assicuro che non sempre, almeno nel mio caso, le due cose sono così meravigliosamente conseguenti.
In primo luogo le voci, quella di Ferruccio Amendola, fedele a se stessa eppure così poliedrica, quella di Sandro Ciotti, ipnotica, nei 90° minuti che la mia vita ha seguito, quella di Bruno Pizzul durante i Mondiali, la Nazionale commentata da Pizzul aveva un sapore tutto suo, come un buon vecchio vino che ora non si produce più, e non dite voi figli d’ Italia 90 e Usa94 che non vi manca.
Cambiando drasticamente campo, in tutti i sensi, le Ziguli che da bambino adoravo e il cui sapore mi ritorna in bocca, mischiato dolcemente ai ricordi di infanzia, insieme al soldino, alle Camille, quelle merendine alla carota, le girella, lo yoyo, sempre merendina.
Ripensando a quando ero pupo tornerei al mezzo mediatico televisivo citando Big, contenitore di rai uno per ragazzi, la cui conduzione, all’epoca di cui mi ricordo, era affidata a Carlo Conti, si lui, proprio quello di San Remo, mi ricordo che passavano i cartoni animati di calimero, il programma Emilio, vi ricordate le strisce preserali di Emilio90, l’anno dei mondiali?
Poi il rumore del motore ferrari che si sentiva dalla casa in campagna, a fiorano, alle due del pomeriggio, allora, se non erro erano Berger e Alesi alla guida delle rosse, mi ricordo ancora le marce che scalavano rombanti nelle calde estati nelle pause tra un gp e l’altro, oggi so che erano i collaudatori, spesso, a provarle, ma all’epoca giovane e innocente mi esaltavo pensando ai piloti ufficiali.
Concludo tornando sulla tv, con mai dire banzai e mai dire goal, quelli classici. Tutte queste cose, questi ricordi, al solo pensarci mi rilassano, mi riportano indietro con la memoria, mi danno un senso di pace, saranno anche cosa da poco, ma per stare bene è meglio attaccarsi alle briciole che non attaccarsi a niente. Ed in fine, finalissima, come direbbe Pizzul, c’è da soffrire fino al termine, questo che nelle mie intenzioni doveva essere un elenco è invece un ammasso di emotivi ricordi, e con questa concludo citando sempre il Bruno nazionale.
“L’arbitro manda i giocatori al riposo definitivo”
Un saluto a tutti!